domenica 16 settembre 2012

uno spigolo di salvezza



Un angolo della casa è il mio preferito. Una poltrona rossa, con la schiena a mezza luna che raccoglie me, raggomitolata, a gambe in su. Sta nell'angolo del salotto da cui vedo la stanza come non la guardo mai, perchè quella è solo una postazione  estemporanea -della poltrona e mia-. Da lì le casse della musica si rivolgono a me ad alta voce e fermano il tempo dentro i minuti dei brani che mi concedo di ascoltare. Da lì, guardo la porta finestra più lontana da me, in linea retta, aperta. Ma la musica copre il fruscio o frastuono delle auto che passano -così, io sto comunque NEL mondo, ma protetta dal velo del suono armonioso. Oggi, che è domenica, prima di scrivere, sono stata lì, sola, con la famiglia al piano di sopra, per i minuti di due canzoni. Altre volte vado a messa, la domenica -perchè nei piccoli piccoli paesi non si può scegliere un altro giorno. La domenica E' il giorno- . Oppure, meglio, vado in chiesa, a chiesa vuota, per il silenzio, il fresco, il profumo, la maestosità dello spazio, che CONCEDE e DONA spazio all'anima. Qualcuno trova un rifugio simile accolto da un prete "oltre"; qualcuno ricomincia a praticare lo yoga messo nello sgabuzzino; qualcuno recita l'OM mattutino; qualcuno tradisce, con la mente e con il corpo; qualcuno fuma spinelli anche a quarant'anni, come a venti; qualcuno beve perdendo il controllo; qualcuno continua a pagare tasse universitarie in età da matrimonio e  figli; qualcuno torna tutti i giorni nel quartiere d'origine; qualcuno è ipocondriaco; qualcuno acquista più dello spazio che ha per contenere tutto; qualcuno prende antidepressivi; qualcuno ansiolitici; qualcuno tutti e due, a distanza di qualche ora; qualcuno apre un blog; qualcuno va tutti gli anni alle terme; qualcuno rimane metallaro fino alla morte; qualcuno è sempre troppo arrabbiato; qualcuno sempre, troppo, anomalmente felice.
Tutti ci creiamo una bolla di salvezza temporanea, in attesa di quella che, FORSE, ci verrà.          

mercoledì 25 luglio 2012

la bilancia della felicità

Della felicità
o forse di un'aggiunta di
gioia
si può dire

Stando sul piatto di
una bilancia
vista e
trafugata
dalla vetrina di
qualche antichità
di bronzo, d'argento, di rame,
di sogni

Insieme.

Ridiamo,
oggi!
Ohilà: oltre l'ago,
ti vedo cosparsa di
talco dorato...

Mi viene    
il profumo,
e il soffio dischiuso,
brioso,
della tua voce
- qualcosa è per me-.

Domani,
ritorno leggera
e stendo la mano,
nella tua direzione.


                                       A un'amica,
                 la più cara
                                                

domenica 15 luglio 2012

gita in città

Ieri sera sono uscita. 
Non sarebbe una notizia di qualche rilevanza,se non fosse che esco da sola, senza bimbi e marito, poche, contatissime volte all'anno. E' stato quasi inebriante, anche senza linfa alcolica nelle veneMi sono DIVERTITA, cioè ho riso, mettendomi in coda dietro al cinismo buono di mia sorella e amiche; mi sono distesa -davanti a un piatto esotico e sontuosa fetta di torta triplostratocioccolato-; e mi sono dedicata a un'attività -guardare vetrine illuminate- senza particolare impegno. Proprio come cita il dizionario italiano (un dizionario altrimenti che italiano direbbe cose diverse?). La leggerezza, un po' aspra e velenosa e tagliente, e anche compiacente e comprensiva dei drammi piccoli o grandi di ciascuna di noi - amiche sincere. persone senza sovrastrutture- è rianimante ed irriproducibile in un gruppo misto uomini-donne. Diamo il nostro meglio-consolatorio solo fra simili. I maschi parlano il loro idioma orangu, fatto di tette e tecnicismi. Le femmine volteggiano a piacimento fra grossolanità liberatorie e delicatezze coi tacchi a spillo.
Uscirò di nuovo, presto! Ma non troppo spesso, per non trovarmi a dire, come loro: "la solita cena del cazzo!".
Grazie, amiche, per la giovialità e complicità!  
            

venerdì 16 marzo 2012

via la parrucca

Dopo 21 mesi, torno dalla pettinatrice. Perchè un paio di settimane fa, per l'ennesima volta mi sono data al fai da me e ho partorito, più che un taglio, una parrucca, buttata sul mio cranio. Sono a casa.Mi sono licenziata, dopo un faticoso e assai stressante, logorante anno di lavoro dopo la nascita ravvicinata dei due bambini. La scelta di continuare a lavorare in due (io, anche tre fine settimana su quattro) è stata un completo fallimento familiare. Esauriti moglie (mamma) e marito (papà). Otto mesi del mio stipendio alla tata. Quattro mesi di guadagno, serviti a capire fino in fondo, fino al trabocco dal vaso, che così non si può vivere. 
Adesso non abbiamo più un centesimo per futilità. Ma questa coccola estetica la considero parte della terapia riabilitativa della mia psiche di mamma sull'orlo del baratro.
A questo proposito, mentre aspetto il mio turno,su una rivista da donne leggo un articolo che parla delle donne-mamme che non si sentono adeguate, mai abbastanza. Citati un libro, "L'amore è un'ombra. Perchè tutte le mamme possono essere terribili" di Lella Ravasi Bellocchio- Mondadori , e un film, uscito ora, "E ora parliamo di Kevin".
La tela del destino guida i nostri passi e lascia briciole da raccogliere, o no.   

 

giovedì 15 marzo 2012

cucire, cucinare, cuore

Mi è venuto il sospetto che avessero la stessa etimologia, queste tre parole, vista la presa che hanno su alcune donne.
Non è così.

Cucire ha a che fare con il tenere legato insieme.
Cucinare, con l'effetto del calore al fine di trasformare.
Cuore, con l'atto del sobbalzare.

Legare, trasformare, sobbalzare.

Mi piace pensarla così, allora: donne unite - per la trasformazione - che smuove dentro.

Ho ricominciato ad avvicinarmi al cucito, che praticava mia nonna, bravissima sarta. Le mie mani sono le sue, quando cucio. Io con le unghie corte, lei lunghe. Io con la pelle ancora tirata, anche se poco curata. Lei con  pelle cartacea, ma morbidissima.
Il cucito sembra essere la mia ancora di salvezza, per la seconda volta. E' finita una fase. C'è stato il crollo, il distacco, l'abbandono della terra ferma. Ora mi lascio trasportare dalla corrente con lo stile del morto e mi avvicino a questo gruppo di donne che hanno cominciato a reinsegnarmi lo stare insieme senza obiettivi di produzione, e invece la scoperta di un senso di condivisione che si respira, nella stanza, e ci lega con la stessa pazienza e tolleranza che noi concediamo a noi stesse mentre infiliamo l'ago nel tessuto.